LA STORIA DI ASCOLI PICENO
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Le popolazioni più antiche che hanno abitato Ascoli Piceno hanno lasciato tracce della loro presenza risalenti fino all'età paleolitica. Solo più tardi, dal neolitico e dall'età dei metalli, le testimonianze diventano più probanti ed attestano insediamenti stabili ad economia agricola e pastorale.

Stando ad antiche leggende, raccolte da Silio Italico, Ascoli sarebbe stata fondata dal re Pelasgo Aesis . Verosimile è anche che la città derivi il proprio nome dalla radice egeo-anatolica AS, significante insediamento urbano, reperibile in molte altre antiche città dell'area mediterranea.

Secondo Festo, invece, il Piceno deve il suo nome ai Sabini, che, emigrando verso l'odierna Ascoli per celebrare la primavera sacra, una festività pagana, levano come loro emblema il picchio, uccello sacro a Marte. Forte della sua posizione geografica quale posto di blocco tra due fiumi, il Tronto ed il Castellano, ed un torrente, il Chiaro, Ascoli va via via assumendo una forte importanza. Se nel 268 a. C., il Piceno entra nella zona d'influenza di Roma, Ascoli riesce a conservare la sua indipendenza, pur costretta ad accettare la condizione di civitas foederata. Deve essere già un grande centro commerciale se Strabone la definisce ora colonia Asculum Picenum nobilissima ora domiti hic Picentes et caput gentis Asculum.

 

All'inizio del 91 a.C. scoppia la guerra sociale, combattuta dalle genti italiche contro la supremazia di Roma. Ascoli ha un ruolo tanto importante da segnarne addirittura l'avvio. Rivendica in nome delle popolazioni italiche - socii - la cittadinanza romana per compartecipare alla amministrazione ed alla direzione dell'impero in condizione di parità.

 

L'uccisione del proconsole Quinto Caio Servilio, del legato Fonteio e di tutti i cittadini romani entrati nel recinto della città per rimproverare gli Ascolani, rei di tramare qualcosa contro l'aristocrazia romana, segna l'inizio delle ostilità tra Roma ed Ascoli. La tradizione vuole che siano stati trucidati nel teatro romano durante uno spettacolo. Questo tragico fatto di sangue scatena la reazione di Roma. Dalla capitale parte Pompeo Strabone con un forte esercito per ridurre Ascoli all'obbedienza. Viene inizialmente battuto più volte dai locali, posti in una posizione militare imprendibile per natura e per arte.

Ma, dopo un lungo assedio durato due anni e mezzo, la città deve cedere alla fortuna delle armi nemiche, succube soprattutto della disparità di forze favorevoli a Roma. Guida la difesa della città Caio Vidacilio, che, una volta sconfitto, preferisce finire i suoi giorni assieme alla perduta libertà (89 a.C.).

Del lungo assedio sono testimonianza, ancora oggi, le ghiande missili di piombo che è possibile trovare nei campi più vicini alla città e specialmente lungo il letto del Castellano, spinti dalle piogge.

Tanti Ascolani danno prova di sublime valore e di ingegno militare. Ventidio Basso, figlio di un generale ascolano portato a Roma assieme alla mamma dietro il carro trionfale di Strabone, raggiungerà gli alti gradi di pretore e pontefice. Tito Vetuzio Barro diventerà pure celebre a Roma. Ma i Romani vincitori non hanno pietà dei vinti. I capi vengono trucidati, molti abitanti mandati in esilio, come testimoniano gli storici dell'epoca. Floro scrive che l'intera città viene distrutta, ma probabilmente è una esagerazione se si fa fede a Cicerone, che poco dopo definisce Ascoli municipalis honestissimi ac nobilissimi generis. Cesare ha fretta di impadronirsi della città, allorché passa il Rubicone, mettendo in fuga Lentulo Spintere che prima aveva occupato Ascoli con dieci coorti. Plinio parla di Ascoli come di colonia di notevole importanza. Antiche iscrizioni ne attestano la ragguardevole posizione raggiunta.

Negli Itineraria romani, descrizioni schematiche di tipo logistico delle vie del tempo, si parla di Ascoli sita sulla Salaria, la quale parte da Roma, a Porta Collina, passa lungo il Velino ed il Tronto, raggiunge Asculum a 120 miglia circa per poi arrivare a Castrum Truentinum, alla foce del Tronto sulla costa adriatica.

Sotto Roma imperiale, Ascoli risorge più splendida che mai. Molti sono i monumenti romani, ben conservati e giunti sino ai nostri giorni: Porta Gemina, Ponte di Cecco, Ponte Augusteo sul Tronto, i resti del Teatro e dell'Anfiteatro, due antichi templi - uno di ordine corinzio, l'altro probabilmente ionico - ora inglobati nelle Chiese di San Gregorio e di San Venanzio. Non mancano neppure esempi di edilizia abitativa, venuti alla luce durante lavori di ristrutturazione al Palazzo di Giustizia ed al Palazzo dei Capitani. Famoso il rinvenimento dell'emblematico mosaico policromo con maschera centrale, ora conservato nel Museo Archeologico Statale.

 

Ascoli viene citata con onore nella divisione delle province fatta da Augusto e poi da Antonino Pio nel 152 d.C.. Sotto quest'ultimo imperatore, Asculum conosce la prima persecuzione cristiana con tanti martiri, tra cui Santa Venera e Sant'Antimo.

Nel 301 la città è sede del governatore del Picenum Suburbicarium in contrapposizione al Picenun Annonarium, facente capo ad Ancona. Nello stesso anno arriva il primo vescovo residenziale, Sant'Emidio, il quale, designato per decisa volontà di Papa Marcellino, malgrado il suo timorato rifiuto, riesce in breve tempo ad infondere una nuova vita alla comunità cristiana picena ed a conquistarsi una indiscussa autorità spirituale. Con la calata dei barbari, Ascoli conosce una sensibile decadenza economica ed intellettuale. La miseria diffusa e crescente non sono né stimolo né conforto a nuove costruzioni. La vita si riduce ad una economia di sussistenza, rifugiata nel grembo delle chiese e delle pievanie.

Ascoli riesce a difendersi dai Visigoti di Alarico e di Ataulfo, i quali, impressionati dalla cinta muraria e dall'invalicabile fossato naturale costituito dal Tronto e dal Castellano, si allontanano dalla città senza prenderla. Rifocillano i propri uomini e cavalli nella campagna circostante, razziando ed uccidendo dove possono. La situazione strategica della città li consiglia a rivolgere altrove le loro mire.

Riesce nell'intento, invece, il gotico Totila, il quale, dopo aver occupato tutti i castelli della campagna, cinge d'assedio la città. Questa deve cedere, complice non solo la fame, ma anche la peste. Paolo Diacono ricorda Asculum come il centro principale del Picenum.

Nel 553, dopo la sconfitta e l'uccisione di Totila e di Treia, la città passa all'esarcato di Ravenna e dentro le sue mura si stabiliscono molti Greci. Il potere, di nome, viene esercitato da un Archonte o Dux, ma di fatto da un vescovo, il quale va accentuando, sempre più, la propria autorità.

  Dopo aver ridotto i forti di Castel Trosino e di Murro in sepolcri dei Greci, il longobardo Faroaldo assedia Ascoli da più parti e la saccheggia nel 578. Strozza cittadini, dirocca torri, distrugge chiese e palazzi, smantella cinta murarie. Tra gli uomini votati alla difesa estrema della città si distingue l'eremita Agostino, il quale, lasciato l'eremo di San Marco, predica la necessità di combattere e resistere fino all'ultimo uomo contro la marea longobarda, ma lui e i suoi uomini laceri, scalzi ed affamati devono alla fine soccombere. Secondo orride costumanze barbariche, Agostino viene trascinato per le strade legato a coda di cavallo, assieme ai suoi tre figli. Finiscono, poi, trafitti con le picche ed innalzati sulle case bruciate, quali trofei di guerra. L'abitato viene dato alle fiamme per la seconda volta, dopo quella del romano Strabone.

Solo nel 593, la regina Teodolinda consente la ricostruzione della città e dei castelli, nonché il rientro dei fuggiaschi, e Ascoli passa a far parte del territorio del Duca di Spoleto per oltre due secoli, pur senza seguirne sempre i destini e le volontà.

L'opera di Gregorio Magno che, grazie a Teodolinda, riesce a convertire al cattolicesimo tutta la corte longobarda, ottiene grossi risultati, attenuando non solo il contrasto, ma anche l'avversione degli Ascolani verso i Longobardi.

Con la fine del VII secolo, la cronistoria dei vescovi ascolani prende sempre maggiore rilevanza, non solo religiosa, ma anche politica. La loro ingerenza nel governo della diocesi si allarga notevolmente, in virtù anche di ottimi vescovi quali Felice ed Euclere, quest'ultimo addirittura longobardo.

Nel 774, il Duca di Spoleto, Ildeprando, si assoggetta alla Chiesa e si rade la barba in segno di sottomissione, secondo la consuetudine romana. In segno di riconoscenza per tale gesto, malgrado la sconfitta longobarda da parte dei Franchi, Papa Adriano reintegra il Duca nella sua carica alla condizione che si metta alle dipendenze di Carlo Magno. Prende, così, forma il disfacimento dei poteri dei duchi di Spoleto, i quali vanno diventando sempre più nient'altro che semplici funzionari della dinastia carolingia.

Tale processo storico si completa nel 789, allorché il franco Guinigiso segna la fine della dominazione longobarda e della sua influenza sulla città di Ascoli, fino a quella data legata alle vicissitudini del Ducato di Spoleto.

Ascoli diventa, così, una contea sotto la protezione del pontefice, con un conte laico a capo, coadiuvato, nell'esercizio del potere, dalla nobiltà locale. Assurge al rango di capoluogo di contea del Sacro Romano Impero, alle dipendenze di Carlo Magno, che le riserva una condizione giuridica particolare, dovuta alla singolare posizione strategica. Da Ascoli Carlo, infatti, può facilmente raggiungere Roma per rivendicazioni di ogni tipo, passando per la Salaria o per il Ducato di Benevento, di là dal Tronto.

La città passa, quindi, nelle mani di vari vescovi-conti, la cui autorità deriva non in quanto vescovi della città, ma in quanto conti dell'Impero. Questo equivoco sarà motivo di conflitti e lotte soprattutto all'epoca dei Comuni, allorché Ascoli dovrà difendere la propria indipendenza. Primo vescovo-conte della città è Emmone, il quale ben riordina Ascoli, consapevole del duplice potere temporale e spirituale della sua carica. Con saggia condotta fa di tutto perché le due funzioni rimangano separate, dando ai chierici certe mansioni ed ai laici altre a loro più consone. Al vescovo-conte viene concesso il privilegio di battere moneta, la quale portava le scritte Sant'Emidius e de Esculo. Tale diritto la città conserverà fino alla fine del 700. Intanto si edificano molte torri, 82 in ventotto anni, ed alcuni ponti. Da parte del vescovo-conte Stefano si dà un forte impulso a quell'aspetto urbanistico che la città prenderà nel Medioevo.

Tante torri in sì breve tempo devono, però, non essere certamente un segno di pace, ma l'espressione, in nuce, di uno spirito di parte, di fazione. Qualcosa, sicuramente, va covando sotto la cenere. Preconizzano le lotte per le investiture, l'eterna divisione manichea dei guelfi e dei ghibellini.

Le discordie interne vengono alimentate da un privilegio concesso da Urbano II nel 1091, che consente al Capitolo ascolano il diritto di eleggere il proprio vescovo-conte, da ratificare poi con nomina papale. Se questo aumenta il potere ed il prestigio agli ecclesiastici, ai laici non resta che pretendere un'autorità che faccia da contraltare per un recupero di potere. A tal fine si costituisce una nutrita schiera di partigiani della corona imperiale, capeggiati da Argillano, il quale fomenta il malcontento dei concittadini fino a spingerli alla guerra civile. Le opposte fazioni si schierano e la situazione pare precipitare in un bagno di sangue con la città in preda all'anarchia.

Uomo di fine senso politico, il vescovo-conte Stefano arringa, durante la processione di Sant'Emidio, i suoi cittadini sulla necessità di andare in Terra Santa per la liberazione del Santo Sepolcro piuttosto che ammazzarsi sul suolo patrio per ragioni, a suo dire, poco serie. Se, infatti, tutta la cristianità si va preparando per la prima Crociata, doveroso è che anche gli Ascolani rivolgano le proprie energie e forze verso quei lidi lontani piuttosto che azzuffarsi in patria. Lo scopo del vescovo ha pieno successo. Argillano si pone alla testa di un contingente, che, forte di 14 capitani e 1400 uomini, parte per la Terra Santa. Grandi sono le loro gesta ed eroica la morte di Argillano, se lo stesso Tasso lo ricorda con un ardente epitaffio nella Gerusalemme Liberata.

 

Dopo la breve parentesi orientale, le lotte tra partigiani dell'impero e del papa riprendono più violente che mai, pur con temporanei armistizi. Solo il vescovo Presbitero riesce a comporre le fazioni, dopo aver invitato in città nientemeno che l'imperatore guelfo Lotario, il quale lo nomina conte.

La successione al trono del ghibellino Corrado III complica la situazione, ma, ancora una volta, Presbitero riesce a dominare le parti contendenti, recandosi in Germania, malgrado i tempi difficili, per implorare i buoni uffici dell'imperatore. Questi, per compensarlo, lo eleva alla carica di principe, titolo che ancora oggi i vescovi ascolani conservano di diritto. Se grandi sono le opere spirituali ed umanistiche di Presbitero, grande pure è il dolore nel vedere gli scempi ed i lutti che arrecano i soldati del Barbarossa, capeggiati dal legato Cristiano di Magonza.

Con il 1183, anno della morte del vescovo Gisone, Ascoli ha il suo primo podestà e la costituzione di un governo municipale come altre città italiane. Ha termine, così, il duplice potere, religioso e laico, dei vescovi-conti e si instaura il regime comunale, salva maiestate pontificia.

Enrico IV, venuto in Italia per liquidare l'infelice Manfredi, conte di Lecce, viene ricevuto ed osannato in città per ben due volte. Nel 1225 arriva San Francesco per predicare la pace e mettere su il primo convento ascolano con trenta chierici e laici. Federico II occupa e saccheggia Ascoli per ricondurla all'obbedienza dell'imperatore. Una tradizione vuole che la città, prima della distruzione di 90 torri operata da Federico II, ne contasse ben 200. E' probabile che la cifra sia leggermente esagerata, ma la città rimane in preda alle fiamme per più giorni, per la terza volta nella sua storia. I consoli vengono incatenati ed imprigionati, il vescovo bandito, il dinasta guelfo ucciso nell'eccidio. Su quell'immane tragedia la fazione ghibellina celebra il suo trionfo, trasformando la vecchia contea in un forte stato comunale, legato alle sorti dell'imperatore.

Questi, ben conscio che la posizione della città gli offre la possibilità di rapide incursioni strategiche verso qualunque obiettivo, le concede il diritto di costruire il suo porto fortificato alle foci del Tronto, l'antico Castrum Truentinum, ormai insabbiato e distrutto dal tempo.

Tale privilegio, portato a compimento nel giro di tre anni, lede la vecchia concessione fatta da Ottone IV a Fermo sul pieno possesso del litorale adriatico dal Potenza al Tronto. Si innescano, così, lunghe e funeste guerre tra le due città che durano, con alterne vicende, fino alla prima metà del XVI secolo.

Il papa Giovanni XXIII, nel 1323, dà alla concessione imperiale la controfirma papale, confermando agli Ascolani il possesso, in feudo perpetuo, del porto, capace di navi turrite, di galee e di barche da carico e scarico. Lo stesso pontefice pone i suoi buoni uffici perché Ascoli e Venezia firmino un patto di amicizia e di mutua assistenza per gli affari marittimi.

Le ostilità tra Ascoli e Fermo sono così frequenti ed abitudinarie da essere considerate dagli abitanti una sorta di calamità naturale. Al primo scontro, avvenuto vicino al Tronto, hanno la peggio gli Ascolani, ma, tre anni dopo, si prendono la rivincita sui rivali. Segue la lunga guerra del 1280-86 che si chiude con l'invito del Papa ai due contendenti a placare gli animi e a ritirarsi nelle proprie terre.

In questo periodo Ascoli dà i natali a tre degli uomini più illustri della sua storia: Girolamo Masci da Lisciano il futuro Papa Niccolò IV; Francesco Stabili detto Cecco d'Ascoli, il più famoso accademico, astrologo e medico della Bologna del tempo, bruciato vivo dall'Inquisizione a Firenze nel 1327 e Domenico Savi, detto Meco del Sacco, anche lui inquisito e condannato al rogo per eresia. Questi ultimi, Cecco d'Ascoli e Meco del Sacco, rappresentano l'espressione più drammatica della rivolta contro l'eccessiva secolarizzazione e politicizzazione della Chiesa del tempo.

Con l'inizio del XIV secolo la città conosce un buon ventennio di pace, interrotto nel 1323, allorché i suoi abitanti, paventando nella sede papale di Avignone qualcosa di torbido contro il loro porto, invadono tutto il territorio fermano, entrando fin dentro le mura nemiche e commettendo orribili saccheggi ed eccessi di sangue.

Nel 1348, gli Ascolani affidano il comando delle proprie truppe a Galeotto Malatesta, signore di Rimini, il quale, malgrado qualche scacco iniziale, come la perdita della rocca di Porto d'Ascoli e la conseguente impiccagione di quattordici suoi uomini, riesce in seguito a battere sonoramente a San Severino i Fermani, mettendoli in fuga e costringendoli a lasciare sul campo armi e bagagli.

Una vittoria dal caro prezzo, che consente al Malatesta di arrogarsi i più alti poteri decisionali. Fa rafforzare tutte le rocche della città e, portatavi dentro una sua fedele guarnigione, relega nell'anonimato molti dei signori che lo hanno voluto in Ascoli. Per di più, cerca di vanificare l'antico Statuto comunale al fine di diventare signore assoluto ed incontrastato. E vi sarebbe certamente riuscito se gli Ascolani non avessero posto momentaneamente fine alla guerra contro Fermo, fatti saggi dalle crudeltà del despota, che fa trainare a coda di cavallo quattro dinasti per le strade del centro per poi squartarli.

 

Nasce un'insurrezione popolare al grido "morte al tiranno". Viene messo in fuga il Malatesta e i suoi scherani, scappando, non mancano di incendiare e saccheggiare i castelli limitrofi. Gli Ascolani riottengono la loro repubblica, ma devono subire nel secolo successivo, le vessazioni del conte Francesco Sforza. Questi, eletto dal Pontefice Vicario della Marca, mette la sua sede in Ascoli e, per paura di congiure, la riempie di patiboli. Ad Antonio Bentivoglio, che cerca d'insidiargli la Marca, riserva una tortura d'eccezione. Catturatolo, lo mette in prigione a Fermo, lo fa torturare a lungo, poi lo fa incapsulare in una pelle fresca di vacca per essere quindi sepolto vivo a testa in su. Un po' di pane ed acqua al giorno, fino a quando la cancrena non lo divora completamente nella pelle resa putrida dal tempo.

Malgrado tali supplizi, facili a trovarsi in un tempo che ha altrove i Borgia a signori, l'Ascoli del Quattrocento e del Cinquecento è un fervido cantiere di opere pubbliche e private. Il denaro gira forte.

La città ha più che buoni rapporti commerciali e politici con Venezia, Firenze, Roma, Genova, Napoli. Vive in pieno il rinnovamento culturale, umanistico e rinascimentale del tempo. Storiche sono le opere urbanistiche realizzate.

Gli Ascolani riescono a liberarsi dagli Sforza, grazie ai guelfi capeggiati dai Dal Monte, Sgariglia e Saladini, a loro volta aiutati da un centinaio di montanari di Luco di Acquasanta, capitanati da Vanne Ciucci. Riottengono l'ordinamento repubblicano nel 1482, ma devono sborsare 3000 scudi di tributo annuo al papa Sisto IV per il riconoscimento della libertas ecclesiastica che garantisce la libertà repubblicana, fatta salva la sovranità pontificia e la dipendenza da Santa Madre Chiesa.

La città diventa, intanto, preda delle fazioni interne, guelfi contro ghibellini, ghibellini contro guelfi, gli uni e gli altri, a loro volta, contro altre fazioni e sottofazioni interne.

Primeggiano i Guiderocchi, tipici rappresentanti di una nobiltà ascolana desiderosa di far solo il proprio tornaconto. Questa famiglia va sempre più acquisendo un potere dispotico sulla repubblica, dotata di due organismi: il Consiglio dei Nobili o Senato ed il Consiglio del Popolo. Il potere tirannico di Astolfo Guiderocchi arriva al punto da non accettare la pace che il Senato conclude con Fermo, ma una sollevazione popolare, capeggiata da guelfi ex ghibellini, al grido di "muoia il tiranno, evviva il popolo", dà fuoco al palazzo dei Guiderocchi, costringendoli all'esilio. Seguono lotte accanite tra bande armate, tra agenti sobillatori interni ed esterni che deteriorano le libere istituzioni civiche. Ed i tempi sono così tristi che gli Ascolani pensano sia meglio rimettersi sotto le ali pontificie per evitare guai peggiori.

Alessandro VI, nel 1502, manda in città il governatore romano Alberini, ma le cose non mutano. Le cospirazioni e le congiure, anzi, si fanno più fitte e portano all'incendio del Palazzo del Popolo e del suo prezioso archivio, nel 1535.

Ai Guiderocchi seguono i Malaspina come signori assoluti. La città vive ancora un brutto periodo, non dissimile a quello di tante altre signorie più illustri del tempo.

Paolo III invia in Ascoli il commissario Angelini, perché ponga un freno alle guerre intestine. Questi fa ingrandire e fortificare la rocca Malatesta a Porta Maggiore su disegno di un Sangallo fiorentino. L'anarchia materiale e morale del tempo è tale che, se da una parte nasce il riformismo religioso per un rinnovamento della chiesa, dall'altra viene fuori un gesuitismo di reazione. Tradire è la regola del giorno. In giro vanno eserciti senza paga e senza guida, costituiti da masnadieri e briganti. La guerra è il loro mestiere ed alle reazioni popolari rispondono con stupri, saccheggi, rovine ed incendi.

La bella moglie di Cola dell'Amatrice, il pittore che ha lasciato in Ascoli pregevoli lavori d'arte, dà un sublime esempio di fedeltà coniugale, pagando con la vita. Inseguita da soldati ebbri della sua bellezza, non vedendo altro modo per salvare il proprio onore e quello del marito, si getta in fuga da un'alta rupe, ove il Chiaro dà nel Tronto.

Morto l'energico Giulio II, tredici ascolani congiurano contro il governatore Sisto Vezio, vice-legato. Questi si rifugia in duomo, ma viene raggiunto e scannato. E' il 1555. Non v'è limite alcuno allo scempio ed alla profanazione. Il banditismo regna sovrano e trova proseliti ovunque. Nobili esiliati, criminali comuni, cittadini perseguitati cercano nella macchia l'impunità o il rifugio. Briganti e ribelli trovano nella crudeltà non solo l'unico sistema di sopravvivenza, ma anche la rivincita di ogni loro insopprimibile desiderio di vendetta.

Il legato pontificio Rocca, dopo aver giustiziato e squartato i banditi, nove alla volta, istituisce una strana usanza. Chiunque può uccidere un bandito, foss'anche lui stesso un bandito. Sono concessi pingui premi in natura o in denaro a chi dà loro la caccia. Ascoli conosce uno dei periodi più tristi e lugubri della sua storia civile, il Cinquecento.

Per punirla, Pio IV toglie alla città la giurisdizione su alcuni castelli che Gregorio XIII restituirà nel 1573. Il pontefice ordina che, sotto la direzione del Sangallo, si eriga una fortezza, la Fortezza Pia, contro i nemici interni ed esterni ed allo scopo pure di coltivare la speranza di un pronto recupero delle antiche libertà comunali, divenute ormai una leggenda. L'elevazione al trono di Sisto V, di Montalto Marche, riporta un po' d'ordine nel governo e nell'amministrazione locale. Papa rude e forte, invia in città il governatore Landriani che cattura e fa impiccare ottanta briganti. Il cardinale Sangiorgi ne arruola 572 e li spedisce in Ungheria a combattere contro i Turchi nel 1592, con grandi promesse.

Agli inizi del XVII secolo, Ascoli conosce una buona pace e diventa capoluogo di un'area esclusivamente agricola, esaurite tutte le spinte industriali, commerciali e politiche dei secoli precedenti. Nasce una nuova figura sociale, il popolano, destinato a lunga vita. Questi trova lavoro, vitto e alloggio nel palazzo del padrone, più o meno ricco. Vive all'ultimo piano o in soffitta, mentre il sor occupa il piano nobile dell'edificio. Il popolano fa tutti i lavori che al padrone servono. Coltivare gli orti o i giardini della casa patrizia, fare i lavori domestici, portare via sabbia, pietre o legna dalle rive del Tronto secondo le necessità padronali, trasportare le merci. Tutto quello che ancora oggi in dialetto ascolano vien detto "le mmasciate". Tra le varie attività commerciali, continua la lavorazione dei filati di seta che coinvolge quasi tutte le famiglie, permettendo loro di vivere alla giornata.

Le cronache cittadine dei secoli XVII-XVIII registrano solo gare di famiglie, nozze e feste, miracoli, atti sporadici e proditori di masnadieri. Una vita tranquilla, vissuta tra le due rocche che signori e papi le hanno posto attorno: la Fortezza Pia e la rocca di Porta Maggiore, dove è di guardia un piccolo presidio di Corsi, fedeli guardie papaline ancor prima delle svizzere.

Molti nobili ascolani, mal sopportando la lunga pace e preferendo continuare le tradizioni belliche di famiglia, si mettono al soldo di Venezia, Austria, Francia e Spagna. La città non vede né minacce né guerre di sorta, ma solo qualche passaggio di truppe straniere. La vita scorre senza turbamenti. Gli esempi di Venezia e di Firenze, promotrici di accademie agrarie decentrate, producono qualche progresso agricolo nella fertile vallata del Tronto, dove giungono pure gli echi del movimento illuminista francese. Con la rivoluzione dell'89, Ascoli subisce l'invasione delle armi straniere come altre città italiane.

Scoppiati i moti del 1797 a Roma, il Consiglio generale di Ascoli decreta, il 28 Febbraio 1798, di democratizzare il governo locale, dando parte uguale del potere decisionale ai nobili, ai dotti, ai mercanti, ai contadini ed istituendo la guardia civica. Ma, partito Napoleone dall'Italia, le monarchie europee hanno buon gioco e fanno scattare i loro sensi di solidarietà per reprimere le varie repubbliche, sorte qua e là.

In Ascoli la sollevazione contro la rivoluzione è generale ed a rafforzarla si aggiunge l'opera dei briganti. Famosa la figura di Giuseppe Costantini, detto Sciabolone, che riesce a capeggiare alcune bande insurrezionali, a cui si aggiungono quelle guidate dal De Donatis, uno strano prete ribelle, divenuto più tardi cappellano dei briganti. Queste formazioni, dopo un'imboscata tesa ai soldati giacobini a Ponte d'Arli, entrano in Ascoli il 23 gennaio 1799. Seguono scaramucce e tumulti che si allargano fino alle gole dell'alto Tronto con esito ancora favorevole alla repubblica. Il 12 giugno, però, Sciabolone deve, malgrado il grande coraggio, fuggire dalla città, inseguito dal generale francese Monnier, il quale lascia, per vendetta, che la città venga saccheggiata dai suoi uomini. La confusione politica è indescrivibile, un'anarchia paurosa si instaura con passaggi repentini di uomini e capi dall'una all'altra parte. Non basta la costituzione di un Governo Provvisorio per porre fine ai disordini. Bande insurrezionali sorgono dovunque e fanno del latrocinio la regola di vita.

Nel 1808 Napoleone fa di Fermo, Camerino ed Ascoli una sola provincia, chiamata Dipartimento del Tronto. La città diventa così la parte più meridionale del Regno d'Italia, subordinata a Fermo.

Caduto Napoleone I, autorità municipali e popolazione fanno grandi dimostrazioni di giubilo per la restaurazione del governo pontificio. Questa volta non ci sono né vendette né spargimenti di sangue, ma solo cambiamenti istituzionali: al diritto napoleonico si sostituisce quello canonico o romano, alla guardia nazionale quella provinciale, ai nuovi uomini quelli della vecchia guardia.

La proclamazione della Repubblica Romana nel 1849 trova in Ascoli forti simpatie ed adesioni. Vengono mandati a Roma per l'Assemblea Costituente delle Città Libere d'Italia i deputati Vecchi e Tranquilli. Garibaldi, nel suo viaggio per Roma, passa da Ascoli e desta grossi entusiasmi tra la popolazione. Abbraccia pubblicamente Sciabolone e gli fa dono di una sua spada. Caduta Roma, arriva quale commissario straordinario Felice Orsini, divenuto famoso più tardi per l'attentato a Napoleone III. I papisti non infieriscono subito sugli avversari, anche perché Austria e Francia, che hanno stroncato la Repubblica Romana, hanno fama di essere liberali. Le vendette giungono più tardi. Una attenta censura scruta opinioni e fatti di ogni persona. Ciò malgrado, Ascoli segue con passione tutti i moti italiani che portano all'indipendenza e alla libertà. Circa 80 volontari combattono nel 1859 a San Martino.

Con l'unità d'Italia, nel 1860, ad Ascoli viene restituita la primitiva dignità di centro del Piceno che il Regno Italico le aveva tolto, divenendo la città capoluogo di una nuova e grande provincia.

Il resto della sua storia è nella storia d'Italia.

 


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